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nuove distanze

CinemALTeatro a Catanzaro Lido - 11 agosto 2010

Ars Factory Florilegio torna in Calabria per una serata di teatro a cura di Loris Fabiani. L'innovativo spettacolo "CinemALTeatro", che propone due storici film teatralizzati in esilaranti versioni redux da 15 minuti, è proposto per la prima volta in spazi all'aperto dopo le prime fortunate esibizioni in molti importanti locali milanesi.

Completa la serata il vernissage di pittura di Pierfelice Vazzana, artista catanzarese che torna a collaborare con Ars Factory Florilegio dopo un anno proprio nella terra d'origine.

Appuntamento fissato per:
11 agosto 2010 - ore 22:30
Tonnina's Pub - via Squillace 19 - Catanzaro Lido

ife del lunedi'

LETTERA APERTA DA QUALCUNO

Caro amico, sto per completare i miei trenta: grazie per aver vissuto tante avventure, aver dipinto sogni, accettato sfide, vinta la lontananza che dai boschi ci ha portato in città ad inquinare il respiro e allevare il futuro. Tanti anni alle spalle e il mondo cambiato sotto i nostri passi, il PCI è svanito, il PC ha lasciato posto al MAC sui nostri banchi, i lunghi capelli sostituiti dal crine borghese, e la lotta?
Credo di avere ancora più rabbia di un tempo, rabbia intesa come desiderio di agire e migliorare il mondo che tocco oggi e che sfiorerò domani. Una forza più ragionevole ma costante come i secondi che fanno il girotondo sul quadrante incatenato al polso. Ancora trovo parole impossibili e, posando la penna sul foglio, la punta scorre come fosse l’inizio di un vinile e la musica richiama atmosfere romantiche e note ancestrali.
La vecchia Lira cambiata insieme al logo delle tv nazionali, a casa c’è ancora un televisore catodico, 14 pollici, non più in bianconero, non più Mivar senza Rete Quattro e Rai Due.
Penso di aver vissuto tante epoche e sentito il respiro del globo farsi duro e deciso, cambiato marcia, virato a largo, forzato la vita e collezionato foto memorabili: pietre di calce soffiate nel tempo che rende immortali solo nella memoria.
Allora prendi ancora il tempo, fanne un tappeto, posati a terra e gioca con i tuoi oggetti e con la sterminata fantasia, schizza un disegno, non rispettare il rigo imposto dal foglio, figli che non hai ancora saranno mai con te? Gioca con loro e raccontagli di aver conosciuto un ragazzo di trent’anni ancora disposto a gonfiare la vita di magia e arte.

Francesco

visioni

 

La sezione Visual raccoglie tutte le opere d'arte visiva degli Artieri di Florilegio. Le arti visive rappresentano la traduzione in immagine di quello spirito complesso e ideale della Factory. L'Artiere pone lo spettatore di fronte all'irrealtà, gioca con il colore per sorprendere e stupire con il talento. E' un'emozione sempre nuova. La sezione comprende painting, photo, digital art, movies.

segni

Holomodor

Quando Dmitri trovò il pianoforte rimase stupito nel vederne le striature del legno.
L'impellicciatura del rivestimento si era gonfiata e l'umidità ne aveva scoperto le venature ambrate divorate da innumerevoli gallerie di termiti. D. le guardava incuriosito, annusandone la profondità, tastandone le increspature, sentiva fluire in lui il movimento di milioni di insetti che da profondità armoniche dello strumento cantavano di isteria e desolazione.
L'Ucraina è un paese inospitale, le steppe non lasciano spazio ad incontri ed abbracci ma solo al sudore e all'accoppiarsi di animali selvatici, almeno questo era quello che andava pensando Dmitri. Il padre era morto da tempo, in qualche miniera ad Est, sinceramente non se lo ricordava, aveva deciso che doveva rimuoverlo dalla sua coscienza perchè non era umano continuare a sognarlo sporco di fumi e catrami, nero come uno scarafaggio che si contorceva sotto il peso della terra mentre cablature di un paese allo sfascio elettrificavano l'aria stantia delle profondità delle gallerie.
Non aveva una vera famiglia, viveva solamente con la madre di sua madre ed in fondo non le voleva bene.
Il cielo Ucraino impone dedizione, metallico e violento penetra nelle persone e le costringe ad inginocchiarsi. Le ossa martoriate si spezzano e l'avidità del vuoto ne esce come un sibilo idraulico.. le persone come monete di rame lasciate cadere per posta soccombono al ricatto di un sommesso Padrenostro. Dmitri aveva paura della Chiesa Ortodossa.
Ma era bellissimo quel piano abbandonato da quasi un secolo, in mezzo alle montagne lo strumento aveva richiamato il ragazzo come non era mai successo prima. Era piovuto sulle stagioni Ucraine, sulle rocce e sui rivestimenti in legno, sull'Unione Sovietica e su suo padre, ed i tasti si erano sfaldati, i martelletti contorti e i pedali infossati nella struttura ma niente ne aveva intaccato l'orgoglio, la sensualità. D. si mise seduto e ne accarezzò i denti temperati di avorio maculato, le scritte in cirillico incise a caldo nel legno che laccate di colla di pesce ora come pelle si desquamavano in carta da caramelle, traslucide color del siero riflettevano la tristezza delle nubi.
Ne toccò un tasto, suonava, anche se ora era poco più che uno scheletro ligneo continuava a vibrarne l'anima e gli dei ebbri ballavano lontani al suono delle note perse nel vento.
Ne rimase stupito. Quella sera dormì accanto al pianoforte ed il giorno seguente non fece che accarezzarlo e suonarlo. In effetti non sapeva suonare bene, conosceva solamente dei rudimenti per improvvisare qualche cosa ma per lui ora questo era abbastanza. Non si chiese mai come fosse finito in quel luogo cosi desolato un pianoforte, non gli importava, gli bastava quella data: 1932. Questo e i tasti d'avorio.
Negli anni trenta l'Ucraina conobbe l'holodomor, la grande carestia, e mentre milioni di contadini morivano lui continuava a suonare. Era arrivato fino a lui attraverso la storia ed era speciale. Non si chiese nemmeno come mai Pavel (così chiamò il cane lupo randagio arrivato all'improvviso dalle steppe) dormisse tra i suoi piedi accanto al pianoforte mentre lui suonava ma era per la prima volta malinconicamente felice.
La stagione trascorreva su Dmitri che con un piccolo cacciavite cercava testardamente di accordare il vecchio pianoforte. Pavel lo guardava languido e sospirando chiudeva
gli occhi e dormiva...
dormiva...
dormiva...
...era stato solo quanto Dmitri ma ora era diverso...ora erano insieme...
Molti tasti non erano più funzionanti e la maggior parte degli accordi erano calanti e minori . Tutta la sua disperazione e la sua solitudine si facevano musica, e l'aridità della sua esistenza era bagnata dal pianto di un pianoforte abbandonato. Suonava per la sua Ucraina, per suo padre, per la sua inutilità e le righe dello spartito composte dalle sue vene vibravano in un requiem.
Ma un giorno quando arrivò all'altura del pianoforte trovò Pavel a fissarlo, la bestia aveva cambiato espressione e gli ringhiava contro la sua paura. Dmitri fu colto dalla collera e dal panico, quel pianoforte era tutto quello che aveva e non voleva perderlo. Fece per avvicinarsi ma il cane lupo si fece sempre più rabbioso. Fu un attimo. Alla vista minacciosa del cacciavite la bestia aggredì D. alla gola, spaventati entrambi dai loro fantasmi si strinsero ferocemente. La punta metallica si conficcò nella gola di Pavel che con un latrato soffocato sprofondò i denti nel collo di Dmitri. Caddero a terra rovinosamente e morirono all'ombra del pianoforte.
La bestia aveva sentito il peso di un uomo che aveva fatto della sua solitudine musica e
quella che per Dmitri era espressione malinconica della sua inutile esistenza sublimata per Pavel era innaturale ed insopportabile abbrutimento.
Aveva cercato di evitarlo.

Mocece
villatelesio.wordpress.com

*Holomodor è una parola ucraina che vuol dire "grande carestia".

dimensione pubblica

Dietro ogni scemo c'è un villaggio

«Ave-Maria-madre-di-Dio…». «Ave-Maria-madre-di-Dio…». «Ave-Maria-madre-di-Dio…».
Come ogni domenica Antonio si preparava a servire messa, a vestirsi di autorità anche solo per un’ora, e spesso per ancora meno. Era così da anni, lo faceva con entusiasmo ed emozione, e nelle messe più importanti provava come una eccitazione, un fremito che non saprebbe descriverti. Aveva trovato un canale, una valvola di sfogo e quasi nessuno si chiedeva se fosse benedetta. Poi quasi nessuno si poneva domande inutili e filosofiche, c’era fin troppo da pensare di quei tempi. Ma da quell’altare Antonio osservava, scovava, si infilava nello sguardo più normale per entrare nella vita di quei cattolici praticanti, come un gatto passa attraverso le fessure più sottili. E conosceva fin troppo bene la signora Costanza e la sua ostentata sicurezza che corrispondeva quasi sempre ad un “comunque-vada-non-mi-smuovi”, del resto era troppo robusta.
E poi Lorena, i suoi ventisette anni, i suoi tacchi e le sue gambe belle, i suoi seni, il suo rossetto e i suoi trucchi. Antonio la fissava intensamente e per lei, guardata da tutti, e per il suo orgoglio era un’abitudine. A volte sinceramente le dispiaceva per quel chierichetto trentenne che conosceva da anni, fin da piccola, in quel piccolo paese sul mare del sud da dove scappare appena si può, e in cui tornare per le estati e le feste di precetto. Sinceramente provava tenerezza ed era come pesasse quello sguardo di lui, di certo innamorato, almeno invaghito, e perso come solo può esserlo uno scemo. Antonio però fissava Lorena non per un amore suicida, ma per una curiosità: lei era bella sì, ma c’era qualcosa che faceva crollare la sua riconosciuta bellezza. Era un particolare, una sproporzione, una smorfia. Antonio non saprebbe spiegarti, o forse era stata solo la sua pazzia ad inventare quel punto nero. Antonio cercava in Lorena la sorgente di una bruttezza.
Come sempre in prima fila il signor Luigi, sinceramente credente. Forse era la persona che più somigliava ad Antonio, ma qualcosa nella vita li aveva resi diversi. Quel qualcosa che aveva reso Antonio scemo e Luigi marito, padre e piccolo commerciante. «Ave-maria-madre-di-Dio», dunque: il tempo di un rosario affannato era quasi finito e Antonio si accertò che tutto fosse pronto e sistemato, l’ultimo sopralluogo all’altare, all’incenso, al libro. Era tutto pronto. Mancava solo il tempo dell’ultimo telegrafico Gloria al padre e tutto si sarebbe ripetuto perfettamente, con i gesti tempestivi di cui Antonio sentiva di conoscere i segreti.

La strada era bagnata e arrivava il profumo di settembre ad avvertire Antonio che l’estate volgeva le spalle, come tutti gli anni. Dalla finestra di casa sua poteva osservare la piccola piazzetta e vedere quando qualcuno dei suoi arrivava, ma era sempre troppo tardi per lui che troppo presto ogni volta si preparava e andava giù, in piazza, ad aspettare che arrivasse qualcuno.
In quel pomeriggio di pioggia passeggera passò dal bar per il solito saluto e si diresse verso il lungomare con la routine di un autobus di linea. Osservando Antonio per tre quattro giorni di seguito, chiunque avrebbe notato che faceva sempre lo stesso tragitto con gli stessi venti minuti di percorrenza. Ma nessuno aveva mai notato questa piccolezza, perché a nessuno sarebbe mai venuto in mente di perdere tempo ad osservare il cammino di Antonio. Arrivato sul lungomare l’avrebbe percorso fino alla rotatoria per poi tornare indietro, ma quel pomeriggio qualcosa rallentò la sua corsa.
Teresa guardava il mare e piangeva. Antonio la vide e gli si illuminò lo sguardo e il tempo più prossimo: «Teresa!». Teresa fece come se Antonio non esistesse, come se la sua voce non avesse mai pronunciato nulla, nemmeno quel saluto affettuoso. «Non è il momento Antonio!». Antonio le si fermò accanto, come se la bocca di Teresa non avesse ancora pronunciato nulla, nemmeno quell’infastidita frase.
«Stasera c’è il cinema all’aperto, è gratis! Ma con questo tempo certo che è un rischio! Tu che dici? Lo faranno?», disse Antonio. «Non lo so e non voglio saperlo! Lasciami in pace», gli rispose Teresa come avvelenata. Ma la presenza di Antonio per lei sebbene creava fastidio, era comunque secondaria. Antonio non le avrebbe mai fatto domande, con lui non si sarebbe mai confidata. Rimaneva il suo dolore e quello scemo che le ronzava affianco.
«Stasera non ci sono né Lorena né Michele! Troverò un posto in macchina?». Quel fastidioso ronzio aveva pronunciato due nomi e non due nomi qualsiasi, e li aveva associati. Lorena e Michele quella sera non avrebbero fatto parte della compagnia. Ma Teresa non fece in tempo a pensare a questo che si voltò di scatto verso Antonio: «Lorena e chi?». «Lorena e Michele», disse Antonio un po’ meravigliato dalla reazione.
«E perché non dovrebbero esserci?», lo attaccò impaurita Teresa.
«Non lo so, ma ieri sera li sentivo mettersi d’accordo. E quando ho chiesto se potevo andare con loro, mi hanno detto che sarebbero andati lontano, da amici di Lorena e che i posti erano solo due. Terè, io mica gli ho creduto! L’ho capito che non mi volevano tra i pedi».
Teresa tratteneva il fiato, il cuore le batteva troppo forte e sentì in un istante il calore del sangue salire dal petto fino alle tempie.
«No! No!», disse fra i denti. Teresa da un po’ di giorni si sentiva come fosse dipendente da un polmone artificiale, ed era Michele ad averne le chiavi. Era lui a darle respiro e a levarglielo. Era lui ad illuminarle il viso e a sfregiarlo. Era lui ad essere diventato il centro, il motore, il controllore inconsapevole di una vita. Teresa per troppo tempo non volle ammettere a sé stessa quell’amore. Ma si lasciò travolgere da quella dolcezza che si sarebbe trasformata, ne era certa, in giorni amari. Teresa aveva sempre pensato di non meritare Michele, e di non esserne all’altezza e questa convinzione pian piano divenne reale. Sentiva di avere dentro un amore suicida, e appena immaginò Michele e Lorena soli chissà dove sentì la morte, il suo colpo secco nel cuore e nello stomaco. Antonio la osservava in silenzio.
«Lorena. Non riesco a capire perché la vedo brutta, riprese dopo tanto silenzio Antonio, c’è qualcosa in lei che non riesco a spiegarti, ma la rende brutta. Davvero! Se riuscissi capire cos’è, andrei a dirlo subito a Michele…».
Teresa lo guardò, accennò un sorriso amaro; ma in quello che le aveva appena detto c’era la dolcezza di qualcuno che in silenzio aveva capito tutto. E per Teresa fu un sollievo.
«Il problema sono io», disse arresa Teresa.
Antonio restò muto. Avrebbe voluto risponderle con una frase bella, di quelle che si trovano sui segnalibri delle suore, ma nulla gli venne in mente. Avrebbe voluto dirle che non era vero, ma non avrebbe saputo argomentare questa sua bella tesi! «Ma tu sei così carina e dolce!», fu l’unica frase che gli uscì. Teresa gli sorrise, sarebbe stato un grande conforto ma che peso poteva avere il giudizio di uno scemo?

Dopo la morte del vecchio parroco Antonio si era sempre più isolato. Iniziò a bere. C’era qualcosa che moriva in lui ad ogni sorso, e soprattutto qualcosa che lo portava lontano da sé stesso, che lo faceva librare leggero sulla propria vita e sulla propria solitudine. Ora è ormai vicino ai quaranta e per una sciocchezza, che aveva tutta l’aria di un pretesto, sette anni fa mandò a quel paese parroco, parrocchia, messe e processioni. Il paese è cambiato e i ragazzi e i bambini ormai lo conoscono come lo scemo ubriaco, solo dai racconti dei più grandi sanno che Antonio era devotissimo e sempre presente chierichetto. Il paese è cambiato e pure Antonio, non poteva essere altrimenti. Scemo e villaggio è come se vivessero in simbiosi: non c’è l’uno senza l’altro. Il paese è divenuto come più ubriaco, alla ricerca di stordimento e Antonio ne ha seguito le indicazioni più profonde, ma nessuno se ne accorge. Era di domenica pomeriggio, Antonio passava stanco e curvo davanti alla chiesa dopo l’ennesima birra, lo fa spesso. Intravide segni di festa. Si mise a sedere su una panchina all’ombra, stranamente libera, e aspettò che gli ritornasse la forza di rialzarsi. Ma la messa era appena terminata e dopo un po’ si vide uscire una folla elegante e nel ruolo di protagonisti c’erano Teresa con un bambino in braccio e accanto Michele, elegantissimo e perfetto. Teresa non tornava in quel paese da tanti anni, ma lì aveva le sue radici e i suoi nonni. Quest’anno col bambino nato da poco avevano deciso di trascorrere qualche settimana in quella pace e lì battezzarlo.
Antonio provò una felicità enorme nel rivedere Teresa, anche se ora non sapeva proprio trovare il coraggio per presentarsi in quello stato. Rimase per un po’ ad osservare la scena, le foto, gli auguri. Poi decise di andare via. Si incamminò verso casa e nei giorni successivi, pensò, avrebbe fatto attenzione a non incrociare Teresa, Michele e bimbo. «Ho rivisto Teresa e Michele, si sono sposati! Io invece…non mi riconoscerebbero nemmeno, tanto vale evitare», pensò due o tre volte.
Sono ormai sette giorni che Teresa è qui. Come ogni sera prima di cena porta il suo bimbo a far respirare un po’ di aria buona sul lungomare. Porta avanti la carrozzina e pensa a quanto le avrebbe fatto piacere rivedere Antonio, parlare con lui e ringraziarlo. Da Antonio aveva imparato ad essere sé stessa, senza inseguire immagini di sé scollate totalmente dalla realtà del suo corpo e della sua personalità. Da quell’amico scemo aveva imparato che la vera pazzia sta nel sentirsi in dovere di adattarsi ad un modello e rinunciare ai propri tesori perché sembrano fuori luogo. Teresa aveva conquistato Michele da quando aveva capito tutto questo.
Su quel lungomare Teresa ora cerca la figura di Antonio, il suo sorriso semplice, il suo abbraccio spontaneo. Sarebbe il momento migliore per esprimergli tutta la gratitudine, ma Antonio neanche oggi si fa vedere. Teresa si ferma, sta guardando il mare, si china e prende fra le braccia il suo bambino: «Antonio mio, promettimi che cercherai di ottenere sempre ciò che ami». Il piccolo Antonio ora ride e cerca con le mani di toccare il viso di Teresa e i suoi occhi, come se avesse perfettamente capito che è nato perché un giorno la mamma era tornata a vedere.


La decisione nasce dall’amore; l’amore non nasce da una decisione.