Editoria
Eventi
Teatro

Sopravvivere a piccole dosi, ovvero frammenti di ignavia quotidiana.

Data: luglio 2007
Autore: Angela

Nel nostro angolo di occidente, lo etichettano, per comodità, come il male degli eterni trentenni (‘no teen’, fino a età incerta) e lo inquadrano come l’aspirazione massima degli adolescenti in divenire. Una vita vissuta in superficie. Emozioni al botulino, istanti amplificati, percezioni alterate per il gusto di non essere qui ed ora. Vietato soffrire, vietato dolersi di.
Spaventa, il dolore. E pure la sofferenza, in tutte le sue declinazioni: le pene d’amore, la malattia, la vecchiaia, gli abbandoni, in un parola: la vita, o quello che più gli somiglia.
Il ventesimo secolo è stato il secolo dell’evasione: fuga dai fantasmi della guerra, la paura dell’atomica, la corsa al consumo. Avere per essere, il più lontano possibile da se stessi, nella macabra icona del tempo libero, libero dalla vita, appunto. Le ideologie, le rivoluzioni, sono state tangenti, lampi che hanno illuminato un percorso oscuro, che oggi, in questo inizio di secolo posteriore a tutto, è annichilito, sterile, ricurvo su se stesso.
La memoria, la consapevolezza, l’etica, più o meno global, sono schegge impazzite che non trovano alcun sedimento: vivere è fatica, l’impegno contempla la sofferenza, non nel senso cattolico di espiazione perpetua del male originario, ma nel senso di immersione e coinvolgimento dentro ciò che si è e si fa, che porta, inevitabilmente con sé, il dolore. Perché piacere e dolore, gaudio e oblio, sono, nella migliore delle ipotesi, parte di un tutto armonico, un’unica dimensione: impossibile vivere senza percepire entrambi in tutta la loro portata.
Noi no. Grazie, preferiamo Peter Pan, tanto per rimanere in tema: gli anni pesano, i legami pesano, l’insostenibile condizione di vivere è il fardello di cui cerchiamo ogni giorno di liberarci. Alla ricerca del perpetuo nonsense.
I cantautori, nelle loro gabbie dorate di versi, lo sussurrano a voce piena, che la vita è un’altra cosa. E anche questo fa parte del gioco: ognuno nel suo: teatro, arte, poesia, sono tutti giullari alla corte del re, sordo e cieco ad ogni verità.
E allora chi ascolta più i racconti dei partigiani, o le storie d’amore e di fame dei migranti? Mutilati, superstiti, testimoni scomodi del male quotidiano. Le loro vite e le loro storie non hanno valore, sono ‘pesanti’ da ascoltare. Perché tutto dev’essere orecchiabile, veloce, leggero, il vuoto a perdere, oltre il dolore di vivere, finita la sigla del TG.
Forse che la povertà, gli stenti, le guerre di secoli hanno allevato questa ignavia collettiva, o forse questa è la transizione verso nuove forme di partecipazione, diverse ed evolute concezioni di vivere che passano per questa indolenza anestetizzata, che alimenta lo spirito del nostro tempo?
Punti di vista. Noi piccoli occidentali, che non sappiamo guardare oltre il nostro naso, rifatto da poco, sopravviviamo a piccole dosi. Finché si può.


Stampa stampa    Invia a un Amico invia a un amico