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Morti bianche e assassini capitali. La solita storia, i soliti operai.

Data: dicembre 2007
Autore: Angela

Morti bianche e assassini capitali. La solita storia, i soliti operai.
Questa volta è il numero a suscitar scalpore. La notizia è davvero appetibile, il clamore a portata di mano, guai a farsi scappare il caso a ridosso delle feste: commuovetevi e lavate la coscienza, sono morti quattro operai in un’acciaieria a Torino. Ora il panettone lo mangeremo con meno sensi di colpa: abbiamo già dato.
Aldilà della notizia, i fatti, che non fanno scalpore, passano inosservati quando a morire sulle impalcature dei cantieri edili sono i muratori rumeni (in nero, perlopiù) o in tutte le altre fabbriche italiane altri operai, o nei campi gli schiavibraccianti: quasi mille morti l’anno. Pazienza, il capitale val bene una testa.
Già, perché saremo pure nel post fordismo, nella ipermeccanizzazione, ma si muore ancora perché tre estintori su cinque non funzionano, e se scoppia un incendio è un vero casino. Nel 2007. In un’acciaieria, mica si fanno i surgelati, qui dentro. Questa è la Tyssenkrupp, son precisi loro, i tedeschi. Qui si fa l’acciaio, per mille e più euro al mese, con i turni e le tute blu. Solite storie operaie, fuori moda ormai, se non fosse per il numero che non consente la consueta e cordiale indifferenza, stavolta.
Solite storie, soliti operai. E, come cinquant’anni fa, tanti sono meridionali. Come quelli morti a Torino. Ascolti i loro cognomi, ascolti gli accenti corrotti dei loro familiari. Nulla è cambiato. Ma dovrebbe. È questa la domanda retorica: dovrà cambiare qualcosa? Dovranno cambiare le regole nelle fabbriche? Perché il fatto è semplice e aberrante nella sua evidenza: si muore lavorando in condizioni inumane. Ancora.
C’è una sola certezza: passerà.
Passerà anche stavolta la commozione indotta dai media, l’inutile arringa politica, l’indignazione sindacale da copione. Siamo a Natale: contriti sì, ma a tempo determinato.


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