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Il lungo affondo di Colibrì

Data: settembre 2008
Autore: Luca Scarano

Di seguito un editoriale di approfondimento sul libro "Colibrì e i libri nitidi" di Aron Cheroes curato da Luca Scarano, che ringraziamo per il prezioso supporto.

"Parliamo di Colibrì. Non parliamo di un libro oppure un monologo intellettuale, un’opera teatrale o il ricordo confuso eppur sempre presente in una vita.
Non parliamo di giovinezza e gioventù, di bellezza e disincanto.
Non parliamo di realtà, quella con quel corpo tanto dilatato che non si riesce a distinguerne che qualche vago contorno. Della smisurata variopinta inconsistente realtà, regolata attraverso gli occhi e lo scrivere profondo di un ventisettenne. Giovane? Vecchio? Iperbolico oppure un neo-profeta dell’anatman, saldamente assiso sopra la sua personale saggezza?
Non è di questo che parliamo. No! Ecco! Parliamo di Arte! Profonda, consapevole Ars, bella, certamente dedicata alla scoperta di un proprio senso, alla ricerca di uno scopo, ma comunque intrisa di sé e per il gusto di sé. Ed eccola lì, la prospettiva buona! Girandosi nella giusta angolazione, si ricomincia a leggere ed ora si può realizzare che Cheroes fa apparire tutto più rarefatto. Un po’ come quel panorama del golfo che arriva a sembrare sempre uguale, praticamente noioso, ma in un bel gelido giorno invernale aumenta repentinamente di contrasto fino a bruciare gli occhi. Quando d’improvviso ci si ritrova a pensare. Ecco una novità, si pensa! Si pensa quanto sia incredibile il fatto di essere sempre vissuti lì, ma non esserci mai stati, non aver compreso. Che l’amore è amore e la tristezza è tristezza, non c’è modo di ottenerne più di quanto essi non siano perché la vita “slitta” avanti e su nulla si ha un reale potere di definizione. E ciò è bello, per la stessa ragione di esserci.
Ed ecco trovare disteso sulla carta stampata un “vivendo” nel quale, si ravvisa quasi subito, si comprende di essere in qualche modo già passato. Ed in queste esposizioni di vita vissuta l’aria sembra assottigliarsi, perdere di consistenza cosicché tra noi ed esse non vi sono più criteri di giudizio ma solo il bellissimo panorama e le sue nude caratteristiche, le quali possiamo scorgere e rimanere stupiti del fatto che è la prima volta che lo facciamo, a tratti interdetti di come tutto questo piaccia al di là di qualunque riflessione e stato d’animo.
Dunque il vissuto ed il vivente sono proprietari di una innata bellezza ed ogni tentativo di classificazione, di valorizzazione, di giustificazione, provocano l’unico effetto di far sparire tutto nell’infelicità. Lì dove si interpreta ogni singola azione e pensiero secondo una futile regola di calcolo del valore di mercato, del rapporto costi-benefici, Cheroes affronta la vita e ne gode il senso soltanto quando prescinde da tutto ciò. Senza altisonanti proteste, senza aggressioni. Semplicemente se ne astrae e sfronda il suo ambiente di ogni qualità umanamente definita, umanamente infelice. E così fa Arte.
È delicato e bello, questo Colibrì. Come un vero “giovane” non potrebbe mai essere se non quando “invecchia”. Nessuna rabbia da Gioventù bruciata, non una crisi alla Welther, mai triste ironia come Radiofreccia. Cheroes scrive chiaro e profondo, senza mai sbragarsi e sprecarsi in pause lacrimevoli e frasi di disperata divertente autocommiserazione, con una personale sobrietà che lascia spazio alla sola bellezza. Perché a che scopo buttare via il bello ed il gusto anche se si parla di fallimento, di confusione, di stanchezza? Ciò non aggiungerebbe miglior sapore alla lettura e oltretutto rischierebbe seriamente di falsare il vero contenuto del lavoro artistico, che è “l’artismo” e non la “realtà”.
Profondo scrivere, quello di Cheroes è il suo inatteso e non obbligatorio tentativo di dare atto delle cose. Atto, non valore! Una sequenza di cronache che diremmo comunissime, a tratti quasi ovvie nel corso di una qualunque esistenza, le quali vengono sottoposte all’analisi sostanziale cosicché lungo la profondità del ragionamento esse si nutrono di unicità. Fino a concludere che il risultato non costituisce alcuna suspense giacché esso era stato sommessamente ma lucidamente presentato ancora prima del ragionamento stesso. La definizione delle cose mi ha deluso. Ne deriva la reale motivazione dell’opera: dare finalmente l’unico senso decente possibile alla vita, fare Arte sopra il pancione di questo deluso banale mondo. E prima di ciò, nulla sono stato in passato.
A ben evidenziare la moderna e fresca neoclassicità del testo, troviamo la compagnia di Lady Serpivia.
Si potrebbe comodamente considerare la Serpivia un’apparizione surreale, scenografica, ma personalmente mi piace considerarla di indispensabile sottofondo narrativo allo scopo di rendere chiaro ed univoco il filo conduttore dell’opera ed evitare eventuali onnipresenti noiose contaminazioni politico-scientifico-filosofiche. Un po’ Deus ex Chernobyl, un po’ Don Giovanni e lo spettro in un’est-Europa contaminata di emissioni radioattive, questo entusiasmante personaggio compare nei due capitoli fondamentali e perciò dal titolo fondamentale.
Il Libro Primo segue immediatamente la presentazione essenziale del personaggio-scrittore, la sua posizione nei confronti di sé stesso e dell’”oltre”, e fuga immediatamente ogni possibile equivoco sull’argomento del libro. Colibrì non sono “Confessioni” e non ci saranno miracoli, né sono “Lettere” e non ci saranno climax passionali. Si parla di quello che c’è, c’è “talmente bene” che nessuno lo vede, la qual cosa potrebbe anche andar bene, se non fosse che così l’arte svapora e l’infelicità mi ha lasciato affondare. Un riepilogativo contrasto delle nostre più solite solide paure, fobie, rigidità intellettive ed emotive, la Lady non recita e non si fa cruccio di chiarire platealmente il suo ruolo nella storia ma si insinua nelle nostre visioni chiare ed autentiche così come in quel vicolo che conduce alla Bottega. Ella ci conduce, senza sforzo ed alcuna coercizione, verso l’evolversi di una mente che pian piano si libera del superfluo, del “voluto”.
Nel Libro ultimo la Serpivia riprende a vivere. Il capitolo da eco al Primo e finalmente ci mostra la vera bellezza che non può svaporare. Proclamando, laddove ce ne fosse stato il bisogno, che Colibrì e un libro “artistico”.
Come dovrebbe esserlo la vita stessa."

Luca Scarano


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