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Amore e Reazione. I colori della vita e l'arte per necessità.

Data: marzo 2009
Autore: Luca Scarano

Un difficile esordio, quello di Hugo, per il quale è mi stato difficile coglierne l'intimo aspetto e lo sforzo estenuante. In parte a cagione della personale conoscenza che ho dell'Autore, come del resto del suo amico Aron Cheroes, in parte perché tale conoscenza è nata (per entrambi) in ambiente lavorativo prima ancora che artistico. Ragion per cui ho dovuto superare la sottile difficoltà di liberarmi dalla presunzione di “conoscere l'argomento” e dal pregiudizio che ne avrebbe derivato.
Ho compreso appieno il dramma di Loris in “Amore e Reazione” quando, alla fine della lettura, ho provato l'irresistibile impulso di scorrere i titoli, i versi, o per dirla proprio con uno dei titoli, il “sentiero cromatico in versi”. Mi è tornato in mente il racconto di Gandalf del suo incontroscontro con Saruman, nel “Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien.

<<Lo guardai e vidi che le sue vesti non erano bianche così come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.
“Preferivo il bianco”, dissi.
“Bianco!”, sogghignò, “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”.
“Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos'è, ha abbandonato il sentiero della saggezza.”>>

In effetti, viene da concludere che per scoprire i colori della vita si è costretti a mandarla in pezzi e che quella che definiamo “esistenza” è (dovrebbe essere) un'eroica lotta di ricomposizione nello stato neutro originale. Di qui, non solo il dramma reale e consistente dell'essere umano, ma anche lo sforzo di Hugo di rendere tutti gli oggetti chiari nell'esposizione e tuttavia operando “dall'interno”, da quegli stessi pezzi di vita in cui egli stesso si frammenta ogni giorno. Oltretutto, di farlo in maniera tale da descrivere limpidamente il torbido, scorrevolmente gli ostacoli, a cominciare da
quello della sua timidezza, e di farlo anche in maniera originale. Ostacolo, quest'ultimo, non da poco, se ad esempio si pensa alle innumerevoli scene d'amore e di passione che troveremmo in una libreria in un paio d'ore. Il testo comincia con una descrizione “sciolta” in capitoli, abbozzata, verrebbe da dire approssimativa, di ambienti e scene subite o interpretate, di episodi e pensieri slegati. Ma ciò che appare disordine, tale non è in quanto predispone alla lettura, quasi mette a proprio agio il lettore nell'assistere al quotidiano manifestarsi delle dicotomie, del doppio e triplo gioco, in un'atmosfera colorata da commedia contemporanea. Cosa che il disordine non potrebbe fare. Finché, proprio al centro del libro, quasi a terminare il vecchio “primo tempo”, la “chiacchierata” si
interrompe bruscamente ed Hugo mette tutti in piedi davanti alla verità. Senza convocazioni, senza compromessi, il sipario cala per pochi istanti, come se Loris fosse stanco di tergiversare, stanco di soffrire perché i tratti delicati, fragili del suo carattere gli impediscono di decolorarsi e lasciare che
la nudità introspettiva dell'essere (anima?, spirito?, coscienza?) venga allo scoperto. E quando finalmente entra da solo davanti a tutti, crea l'imbarazzo generale, il lettore guarda in basso, struscia i piedi per terra, tenta di pensare ad altro per trattenere le lacrime. Ma Hugo, come avrebbe fatto (ed
ha fatto) Edoardo De Filippo ne “Gli esami non finiscono mai”, è inesorabile nella sua innocenza complicata, come solo la verità sa esserlo, e non concede pause.
Allora? Perché l'Arte? E' comunicazione? Libertà? Libertà di cosa? Di rendersi conto di non essere liberi? La risposta inequivocabile verrà da poi. Non è sempre così.
“Siedo al pianoforte per necessità” apre il “Sentiero cromatico in versi” e schiude la narrazione, dandole esplicitamente la sospettata organicità di pensiero e di intenti. Sapiente e sofferta confessione, Hugo riporta ad un'esistenza che non può rimanere di compromessi, sotterfugi e
distrazioni, avvertendo dell'esigenza quasi innata di ricomporre i pezzi colorati lungo la strada e riscoprire il bianco.

“Siedo al pianoforte per una mancanza dolorosa” riapre lentamente il sipario affinché il lettore assista al “secondo tempo” con maturata consapevolezza delle prospettive originali ed un velato desiderio di riavvolgere la pellicola e riguardare il trascorso, sapendo di guardarlo in realtà per la prima volta. Non credete? Chi non ha avuto un sottocapo come Gervasi o una collega come Carolina? Leggereste (e avete
letto) di loro, sperimentando un'attitudine al riso annoiato. Senza la pausa sostanziale voluta e dolorosamente sentita dall'Autore, avreste compatito rassegnati le preoccupazioni rivelatrici di lei alla notizia del possibile licenziamento di Loris, biasimato biliosi il trotterellare di lui dietro al Boss.
E invece! Una rinnovata freschezza di pensiero permette di riagganciare le simmetrie all'excursus vitae di ciascuno di noi, situazioni contestuali reinterpretate nel quadro generale del dramma da
superare. Per necessità! Ed ecco che Carolina soffre come Loris, lo stesso Gervasi stimola un sorpreso senso di compassione per lo stesso motivo, sofferenza per preoccupazioni futili e la vera
mancanza di punti fissi, vincoli stabili. La “reazione” e la chiusura a Genova avvengono in prepotente discesa, fino al finale, ancora una volta a sipario calato. Nuovamente nudo davanti alla scena, Loris ridiventa Hugo e “riprende” a scrivere “Amore e reazione” in un nuovo tentativo di armonizzare nel neutro il sentiero cromatico di ognuno di noi.
Per necessità.


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