Quei momenti di autostima sono la punta della divinità. L’uomo ha inventato Dio basandosi sulla memoria dei momenti, più o meno lunghi, di profonda e personale autostima.
Quei momenti risolutivi in cui salute, risultati, amore, famiglia, denaro compongono un puzzle in odore di eternità, di infinito e di grande affermazione di sé. Sono quelle quantità di vita che fanno sentire eterni ed estesi più del cielo e dell’oltremare.
Vivere o creare questa merce divina è il compito di ognuno, da una parte ognuno cerca il compiacimento, l’equilibrio e la forma per essere forte fra le correnti e, dall’altra, la cifra del compiacimento è mostrata e composta da sistemi complessi che determinano costumi, desideri e soddisfazioni. Stare bene significa quindi raggiungere le diafane stanze del conosciuto e ambito utilizzando gli strumenti “regolari” dell’acquisizione delle certezze e dello status. Sembra esser una pigra marcia verso contenitori collettivi intervallata da stazioni di riscossione del merito. Nelle prime stazioni il valore è dato da certificati, diplomi, lodi e menzioni. Raccolti i primi trofei il senso di benessere è forte perché convinti di essere come gli altri ma un po’ meglio e di essere idonei alla società, adattati.
Poi ci sono le stazioni dell’amore, del lavoro, dei soldi, della città in cui vivere, tante stazioni lungo la salita al palazzo del nonsocosa. Un cammino fatto di incontri che a volte sembrano importanti, fatti di gente molto interessante comune nell’aspirazione di riuscire, arrivare, comporre una nicchia sicura per sé e per i suoi maggiormente prossimi. Migliori e peggiori uniti per essere pronti a scoprire la realtà del mondo, per le ultime stazioni vestiti sempre meglio ed enfatizzati dalla voglia di arrivare nel luogo dell’eterna autostima.
Questo posto non è altro che una gigantesca sala composta da centinaia di colonne che sostengono un piano cristallino, di vetro pesante. Oltre il soffitto una fitta schiera di personaggi clowneschi parlano dei nuovi arrivati al piano inferiore e poi si distraggono su altri affari.
La cosa incredibile è che i due livelli sono privi di ogni possibile collegamento, nessuna scala, niente ascensore né corde o mani tese. L’altezza delle pareti supera i sette metri, la sala inizia ad essere piena di altra gente che si affolla senza un perché ma non si avverte nessun sollievo e nessuna comprensione superiore. Così si resta per ore a fissare gli altri strizzando gli occhi in su per vedere le piante delle lucide scarpe di gala dei condomini superiori.
Si parla fra noi, c’è un designer, un marketing manager, un aspirante politico, un produttore conto terzi, una dottoranda, un militare in carriera e poi tantissimi altri. Dopo qualche ora il chiacchiericcio è così intenso da essere inutile e fastidioso. C’è chi urla “sono un talento, fatemi passare, voglio andare su!” e questa voce rappresenta l’aspirazione di tutti i presenti. Ma cosa ci sarà là su, quale livello gerarchico superiore? E se la sala avesse infinite partizioni e altezza illimitata? E’ quasi come se l’ascesa fosse legata ad uno sforzo concettuale e all’acquisizione di un diverso stato di coscienza. E se invece derivasse dalla nascita? Una teoria inquietante porta a pensare che non ci sia un percorso, che si nasca in un determinato livello con regole proprie, semplicemente. Allora tutta questa gente di talento che spintona per avere un motivo non avrebbe, di fatto, nessuna possibilità di stabilizzare la propria autostima, è cosciente del talento e riconosce le stazioni superiori alle quali non può normalmente ascendere ma non sempre sa che la sua corsa è infruttuosa e che l’unica possibilità sarebbe collaborare e costruire una piramide per bussare al pavimento superiore per sbirciare, perlomeno, la vita di chi non ha percorso alcuna stazione.