nuove distanze
Ars Factory Florilegio, l'associazione che da 8 anni promuove eventi a forte carattere innovativo in tutta Italia, propone la quarta edizione della MARATONA LENTA , in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza 2010.
L’attore professionista Loris Fabiani percorrerà il percorso Piazza San Babila-Piazza Duomo (700 metri) in più di 90 minuti senza fermarsi mai, battendo il RECORD MONDIALE DI LENTEZZA.
La performance sensibilizzerà a rallentare per vivere meglio, invitando alla riflessione i cittadini nel centralissimo Corso Vittorio Emanuele.
DOMENICA 14 MARZO 2010 - ORE 16:30-18:30
PIAZZA S.BABILA - PIAZZA DUOMO - MILANO
Per sapere tutto sulla Maratona Lenta e visualizzare la rassegna stampa relativa alle precedenti edizioni clicca sul link !!!
Clicca sul link per vedere il servizio del telegiornale Rai sull'edizione 2009!!!
Per partecipare e/o per avere maggiori informazioni scrivi a redazione@florilegio.net.
Arte nel cuore,
Redazione Florilegio Ars Factory
Via Procaccini, 4 (presso Fabbrica del Vapore)
Milano
ife del lunedi'
I guerrieri, come si sa, perdono, vincono, si feriscono, trionfano ma restano pur sempre guerrieri, diversi senza Dio compiti nell’attraversare il mondo bruciando da due lati, scaldati dalla cera. Amare le donne e conoscere il cambiamento del corpo nel tempo, nutrirne sensibilità odiando la certezza delle proprie azioni. Parlare di sogni incompiuti e credere che sogni ancora più grandi possano avvenire, praticare la propria passione per diecimila ore, ascoltare le emozioni della vita dei nostri cari, dagli amici, dei presunti santi, pensare che il fattore X possa esser propiziato dallo scintillio degli occhi nel giorno. Salutare ogni essere vivente al mattino e pensare alla bellezza del creato prima di viaggiare nel sonno della notte, rubare con astuzia per sentirsi sporchi e tradire, solo una volta, la fiducia di chi ci ha promesso amore eterno. Perché siamo attraversati da sangue destinato a seccare, la storia è già scritta e la fine del libro è comune. Forza e coraggio nel fare i propri assoli accordando gli affetti con ciò che per noi deve e dovrà essere.
Toccare il fuoco e scoprirsi nella pioggia per provare il caldo e l’umido delle stagioni fatte di chimica, rinascita , morte e successione, non vergognarsi di ascoltare musica classica commerciale e di non aver visto la tv per qualche giorno, seguire le mode o crearle?
Avere un figlio e sperare che sia diverso da te: temperato, sano e vitale, semplice, genuino e affettuoso. Lottare per la propria casa, difendere il territorio e uccidere per conoscere tutto del mondo, essere orgogliosi del proprio talento e della poesia che vibra nelle radici delle piante, non distinguere i suoni degli strumenti costruiti dall’uomo ma sapere che essi sono e comunicano senza proferire parola. Danzare e sparlare di chi balla, coprirsi di soldi e perderli scommettendo sul proprio successo, amarsi e applicare il balsamo almeno una volta a settimana. Fare arte, trascorrere una domenica in casa, nudi a finestre aperte. Essere diversi, fare qualcosa di speciale ogni giorno per cambiare il sentimento delle cose, per soddisfare le proprie curiosità, fare esperienza e vincere perché quando il sangue fluirà verso i torrenti eterni, in qualsiasi momento esso voglia andare e liberarsi dal pesante corpo per tornare fra le poderose cosce delle Sirene del Mare, ciò che sentiremo sarà la piena soddisfazione di essere stati dei grandi amanti della vita.
visioni
La sezione Visual raccoglie tutte le opere d'arte visiva degli Artieri di Florilegio. Le arti visive rappresentano la traduzione in immagine di quello spirito complesso e ideale della Factory. L'Artiere pone lo spettatore di fronte all'irrealtà, gioca con il colore per sorprendere e stupire con il talento. E' un'emozione sempre nuova. La sezione comprende painting, photo, digital art, movies.
segni
Quando Dmitri trovò il pianoforte rimase stupito nel vederne le striature del legno.
L'impellicciatura del rivestimento si era gonfiata e l'umidità ne aveva scoperto le venature ambrate divorate da innumerevoli gallerie di termiti. D. le guardava incuriosito, annusandone la profondità, tastandone le increspature, sentiva fluire in lui il movimento di milioni di insetti che da profondità armoniche dello strumento cantavano di isteria e desolazione.
L'Ucraina è un paese inospitale, le steppe non lasciano spazio ad incontri ed abbracci ma solo al sudore e all'accoppiarsi di animali selvatici, almeno questo era quello che andava pensando Dmitri. Il padre era morto da tempo, in qualche miniera ad Est, sinceramente non se lo ricordava, aveva deciso che doveva rimuoverlo dalla sua coscienza perchè non era umano continuare a sognarlo sporco di fumi e catrami, nero come uno scarafaggio che si contorceva sotto il peso della terra mentre cablature di un paese allo sfascio elettrificavano l'aria stantia delle profondità delle gallerie.
Non aveva una vera famiglia, viveva solamente con la madre di sua madre ed in fondo non le voleva bene.
Il cielo Ucraino impone dedizione, metallico e violento penetra nelle persone e le costringe ad inginocchiarsi. Le ossa martoriate si spezzano e l'avidità del vuoto ne esce come un sibilo idraulico.. le persone come monete di rame lasciate cadere per posta soccombono al ricatto di un sommesso Padrenostro. Dmitri aveva paura della Chiesa Ortodossa.
Ma era bellissimo quel piano abbandonato da quasi un secolo, in mezzo alle montagne lo strumento aveva richiamato il ragazzo come non era mai successo prima. Era piovuto sulle stagioni Ucraine, sulle rocce e sui rivestimenti in legno, sull'Unione Sovietica e su suo padre, ed i tasti si erano sfaldati, i martelletti contorti e i pedali infossati nella struttura ma niente ne aveva intaccato l'orgoglio, la sensualità. D. si mise seduto e ne accarezzò i denti temperati di avorio maculato, le scritte in cirillico incise a caldo nel legno che laccate di colla di pesce ora come pelle si desquamavano in carta da caramelle, traslucide color del siero riflettevano la tristezza delle nubi.
Ne toccò un tasto, suonava, anche se ora era poco più che uno scheletro ligneo continuava a vibrarne l'anima e gli dei ebbri ballavano lontani al suono delle note perse nel vento.
Ne rimase stupito. Quella sera dormì accanto al pianoforte ed il giorno seguente non fece che accarezzarlo e suonarlo. In effetti non sapeva suonare bene, conosceva solamente dei rudimenti per improvvisare qualche cosa ma per lui ora questo era abbastanza. Non si chiese mai come fosse finito in quel luogo cosi desolato un pianoforte, non gli importava, gli bastava quella data: 1932. Questo e i tasti d'avorio.
Negli anni trenta l'Ucraina conobbe l'holodomor, la grande carestia, e mentre milioni di contadini morivano lui continuava a suonare. Era arrivato fino a lui attraverso la storia ed era speciale. Non si chiese nemmeno come mai Pavel (così chiamò il cane lupo randagio arrivato all'improvviso dalle steppe) dormisse tra i suoi piedi accanto al pianoforte mentre lui suonava ma era per la prima volta malinconicamente felice.
La stagione trascorreva su Dmitri che con un piccolo cacciavite cercava testardamente di accordare il vecchio pianoforte. Pavel lo guardava languido e sospirando chiudeva
gli occhi e dormiva...
dormiva...
dormiva...
...era stato solo quanto Dmitri ma ora era diverso...ora erano insieme...
Molti tasti non erano più funzionanti e la maggior parte degli accordi erano calanti e minori . Tutta la sua disperazione e la sua solitudine si facevano musica, e l'aridità della sua esistenza era bagnata dal pianto di un pianoforte abbandonato. Suonava per la sua Ucraina, per suo padre, per la sua inutilità e le righe dello spartito composte dalle sue vene vibravano in un requiem.
Ma un giorno quando arrivò all'altura del pianoforte trovò Pavel a fissarlo, la bestia aveva cambiato espressione e gli ringhiava contro la sua paura. Dmitri fu colto dalla collera e dal panico, quel pianoforte era tutto quello che aveva e non voleva perderlo. Fece per avvicinarsi ma il cane lupo si fece sempre più rabbioso. Fu un attimo. Alla vista minacciosa del cacciavite la bestia aggredì D. alla gola, spaventati entrambi dai loro fantasmi si strinsero ferocemente. La punta metallica si conficcò nella gola di Pavel che con un latrato soffocato sprofondò i denti nel collo di Dmitri. Caddero a terra rovinosamente e morirono all'ombra del pianoforte.
La bestia aveva sentito il peso di un uomo che aveva fatto della sua solitudine musica e
quella che per Dmitri era espressione malinconica della sua inutile esistenza sublimata per Pavel era innaturale ed insopportabile abbrutimento.
Aveva cercato di evitarlo.
Mocece
villatelesio.wordpress.com
*Holomodor è una parola ucraina che vuol dire "grande carestia".
dimensione pubblica
Un difficile esordio, quello di Hugo, per il quale è mi stato difficile coglierne l'intimo aspetto e lo sforzo estenuante. In parte a cagione della personale conoscenza che ho dell'Autore, come del resto del suo amico Aron Cheroes, in parte perché tale conoscenza è nata (per entrambi) in ambiente lavorativo prima ancora che artistico. Ragion per cui ho dovuto superare la sottile difficoltà di liberarmi dalla presunzione di “conoscere l'argomento” e dal pregiudizio che ne avrebbe derivato.
Ho compreso appieno il dramma di Loris in “Amore e Reazione” quando, alla fine della lettura, ho provato l'irresistibile impulso di scorrere i titoli, i versi, o per dirla proprio con uno dei titoli, il “sentiero cromatico in versi”. Mi è tornato in mente il racconto di Gandalf del suo incontroscontro con Saruman, nel “Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien.
<<Lo guardai e vidi che le sue vesti non erano bianche così come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.
“Preferivo il bianco”, dissi.
“Bianco!”, sogghignò, “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”.
“Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos'è, ha abbandonato il sentiero della saggezza.”>>
In effetti, viene da concludere che per scoprire i colori della vita si è costretti a mandarla in pezzi e che quella che definiamo “esistenza” è (dovrebbe essere) un'eroica lotta di ricomposizione nello stato neutro originale. Di qui, non solo il dramma reale e consistente dell'essere umano, ma anche lo sforzo di Hugo di rendere tutti gli oggetti chiari nell'esposizione e tuttavia operando “dall'interno”, da quegli stessi pezzi di vita in cui egli stesso si frammenta ogni giorno. Oltretutto, di farlo in maniera tale da descrivere limpidamente il torbido, scorrevolmente gli ostacoli, a cominciare da
quello della sua timidezza, e di farlo anche in maniera originale. Ostacolo, quest'ultimo, non da poco, se ad esempio si pensa alle innumerevoli scene d'amore e di passione che troveremmo in una libreria in un paio d'ore. Il testo comincia con una descrizione “sciolta” in capitoli, abbozzata, verrebbe da dire approssimativa, di ambienti e scene subite o interpretate, di episodi e pensieri slegati. Ma ciò che appare disordine, tale non è in quanto predispone alla lettura, quasi mette a proprio agio il lettore nell'assistere al quotidiano manifestarsi delle dicotomie, del doppio e triplo gioco, in un'atmosfera colorata da commedia contemporanea. Cosa che il disordine non potrebbe fare. Finché, proprio al centro del libro, quasi a terminare il vecchio “primo tempo”, la “chiacchierata” si
interrompe bruscamente ed Hugo mette tutti in piedi davanti alla verità. Senza convocazioni, senza compromessi, il sipario cala per pochi istanti, come se Loris fosse stanco di tergiversare, stanco di soffrire perché i tratti delicati, fragili del suo carattere gli impediscono di decolorarsi e lasciare che
la nudità introspettiva dell'essere (anima?, spirito?, coscienza?) venga allo scoperto. E quando finalmente entra da solo davanti a tutti, crea l'imbarazzo generale, il lettore guarda in basso, struscia i piedi per terra, tenta di pensare ad altro per trattenere le lacrime. Ma Hugo, come avrebbe fatto (ed
ha fatto) Edoardo De Filippo ne “Gli esami non finiscono mai”, è inesorabile nella sua innocenza complicata, come solo la verità sa esserlo, e non concede pause.
Allora? Perché l'Arte? E' comunicazione? Libertà? Libertà di cosa? Di rendersi conto di non essere liberi? La risposta inequivocabile verrà da poi. Non è sempre così.
“Siedo al pianoforte per necessità” apre il “Sentiero cromatico in versi” e schiude la narrazione, dandole esplicitamente la sospettata organicità di pensiero e di intenti. Sapiente e sofferta confessione, Hugo riporta ad un'esistenza che non può rimanere di compromessi, sotterfugi e
distrazioni, avvertendo dell'esigenza quasi innata di ricomporre i pezzi colorati lungo la strada e riscoprire il bianco.
“Siedo al pianoforte per una mancanza dolorosa” riapre lentamente il sipario affinché il lettore assista al “secondo tempo” con maturata consapevolezza delle prospettive originali ed un velato desiderio di riavvolgere la pellicola e riguardare il trascorso, sapendo di guardarlo in realtà per la prima volta. Non credete? Chi non ha avuto un sottocapo come Gervasi o una collega come Carolina? Leggereste (e avete
letto) di loro, sperimentando un'attitudine al riso annoiato. Senza la pausa sostanziale voluta e dolorosamente sentita dall'Autore, avreste compatito rassegnati le preoccupazioni rivelatrici di lei alla notizia del possibile licenziamento di Loris, biasimato biliosi il trotterellare di lui dietro al Boss.
E invece! Una rinnovata freschezza di pensiero permette di riagganciare le simmetrie all'excursus vitae di ciascuno di noi, situazioni contestuali reinterpretate nel quadro generale del dramma da
superare. Per necessità! Ed ecco che Carolina soffre come Loris, lo stesso Gervasi stimola un sorpreso senso di compassione per lo stesso motivo, sofferenza per preoccupazioni futili e la vera
mancanza di punti fissi, vincoli stabili. La “reazione” e la chiusura a Genova avvengono in prepotente discesa, fino al finale, ancora una volta a sipario calato. Nuovamente nudo davanti alla scena, Loris ridiventa Hugo e “riprende” a scrivere “Amore e reazione” in un nuovo tentativo di armonizzare nel neutro il sentiero cromatico di ognuno di noi.
Per necessità.